Testimonianza di Vittorio Emanuele Giuntella* tratta da ‘Avvenimenti’ del 12 ottobre 1994
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Vorrei cominciare dai ricordi della mia fanciullezza, quando nel viterbese, durante l’estate, venivano i carrozzoni degli zingari e le mamme temevano che gli zingari portassero via i loro bambini.
Ecco, ho cominciato da questa situazione che era assurda, gli zingari amano moltissimo i loro bambini ma non hanno mai rapito bambini.
Vorrei poi raccontare di quando nell’inverno del 1943/44 nel sottocampo di Deblin, dove ero prigioniero dei nazisti scopersi una famiglia di zingari, anche quella fra i reticolati. Ma non riuscivo a capire perché fossero tra i reticolati. L0 seppi molto più tardi studiando i problemi e la storia dei lager nazisti.
La persecuzione degli zingari operata da Hitler fu la persecuzione di un popolo che si potrebbe definire purissimo come ariano, approdato nel secolo XV in Europa perseguitato spesso, allontanato sempre; gli zingari nel lager nazisti furono assimilati agli ebrei, e come loro sterminati ad Auschwitz e a Treblinka, il campo della morte immediata.
Gli scienziati nazisti "dimostrarono" che gli zingari si erano mescolati venendo dall’lndia con altri popoli e perciò avevano perduto la loro purezza raziale.
Il più bel ricordo degli zingari, paradossalmente, è quello del comandante di Auschwitz, Hess, che nel suo libro di memorie parla del loro invincibile ottimismo nonostante le violenze con le quali erano angariati.
Non si sa quanti ne morirono in Auschwitz e in Treblinka, ma certo più di trecentomila.
Nel 1975, in occasione dell’Anno Santo vi fu a Roma un pellegrinaggio di zingari da tutta l’Europa. Nel campo che li riuniva alla periferia di Roma trovai dei superstiti di Auschwitz, che portavano ancora il tatuaggio "Z"(Zigeuner) e il numero di immatricolazione. Durante la guerra partigiana nella Slovenia, gruppi di zingari furono deportati in Friuli.
Il campo non era Auschwitz, ma anche lì morirono molti. I più fortunati furono quelli di loro deportati in Sardegna, perché ebbero un trattamento umano.
La comunità zingara, che dal 1500 si era stanziata in Italia, esercitava, e ancora esercita, la lavorazione del rame. Altri suonano violini e riescono a vivere dignitosamente, esercitando la loro arte che è molto apprezzata. Altri ancora sono tornati all’allevamento dei cavalli.
L’ltalia, e in particolare Roma, non è mai arrivata a costruire dei campi di sosta come dall’inizio di questo secolo gli olandesi hanno cominciato a erigere per i loro nomadi. All’inizio questi campi olandesi erano molto estesi, ora si sono attrezzati un insieme di piccoli campi che radunano zingari familiarmente omogenei, campi all’interno autogovernati.
La grande, e incontrollata, emigrazione dalla Jugoslavia ha aperto un periodo nuovo e grave. In comune hanno la lingua zingara e i costumi tradizionali delle donne.
Questa immigrazione, soprattutto negli ultimi tempi, ha provocato tra gli zingari, da secoli, nel nostro paese, che hanno la nazionalità italiana e prestano in Italia il loro servizio militare, qualche frizione per i modi di vivere radicalmente diversi e per la sopraffazione esercitata da capi autoproclamatisi tali, che spesso zingari non sono, ma hanno costretto e arruolato zingarelli e no al furto.
La popolazione non conosce gli zingari se non superficialmente. Li accomuna genericamente nel disprezzo e nel timore per le malefatte di pochi.
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* Vittorio Emanuele Giuntella è stato docente di Storia moderna al Magistero Maria Assunta e di storia dell’età dell’illuminismo all’Università di Roma. Dopo l’8 settembre 1943 fu internato in un campo di concentramento.